A cura di Serena Barbieri e Stefania Negro
Perdita e cambiamenti identitari nella terza età
Con il passare degli anni il tempo scorre e, insieme a esso, cambiano molte cose. Da una parte si acquisiscono esperienza, conoscenza e una forma di saggezza; dall’altra si perdono capacità, ruoli e caratteristiche che per molto tempo avevamo dato per scontate.
Si riduce l’efficienza fisica, spesso cambia l’aspetto del corpo, talvolta viene meno il ruolo lavorativo, oppure si assottigliano relazioni e contatti sociali.
Queste trasformazioni non sono solo esterne, ma interrogano profondamente l’immagine che abbiamo di noi stessi.
L’impatto con la perdita
Quando ci accorgiamo di queste perdite, la prima reazione è spesso l’incredulità. Subito dopo può comparire una fase di protesta interna: “Non è possibile”. La scoperta della propria inefficienza fisica può essere vissuta come traumatica. Ci si accorge che leggere un bugiardino è difficile anche con gli occhiali, che distinguere piccoli oggetti o dettagli diventa complicato, che prendere un libro da uno scaffale alto comporta dolore e fatica. Sono esperienze che fanno sentire goffi e impacciati, e che possono riattivare sensazioni di inadeguatezza già vissute in altre fasi della vita.
La rabbia che nasce dall’impedimento
Il blocco non nasce da una mancanza di volontà, ma dall’impatto improvviso con una realtà diversa. Non possiamo più muoverci liberamente, agevolmente e senza dolore come abbiamo fatto per decenni. Azioni semplici come alzarsi dal letto, allacciarsi le scarpe, raccogliere un oggetto da terra, diventano faticose. Ogni ostacolo incontrato genera rabbia: non una semplice frustrazione, ma la rabbia che emerge quando ci sentiamo impediti nel realizzare ciò che desideriamo.
L’ideale di sé che non esiste più
In questi momenti l’aspettativa non riguarda solo ciò che vogliamo fare, ma anche chi crediamo di dover essere. Il confronto è continuo con un’immagine ideale di sé che appartiene al passato. Se non riusciamo a riconoscere che quell’ideale non è più attuale, rischiamo di sperimentare quotidianamente un senso di inadeguatezza.
Quando la rabbia si trasforma in vergogna
Questo vissuto di inadeguatezza, sul piano emotivo, si traduce spesso in vergogna. La vergogna cresce con l’età perché ci allontaniamo progressivamente dai modelli di efficienza, bellezza, potere e ruolo che hanno definito la nostra identità. La terza età diventa così una fase complessa: se non prendiamo distanza da questi modelli e non ne costruiamo di nuovi, l’inadeguatezza può cronicizzarsi. Spesso questa vergogna viene confusa con la depressione.
Dare un nome alle emozioni
A SpazioFormaMentis preferiamo non utilizzare categorie diagnostiche rigide. Il lavoro consiste nell’aiutare le persone a
· decodificare le proprie emozioni,
· a dare un nome alle esperienze
· e a comprendere perché ci si sente impotenti, rabbiosi o inadeguati.
Comprendere il meccanismo che sostiene la sofferenza è il primo passo per non esserne travolti.
Ridefinire i modelli identitari
Il lavoro non consiste nel recuperare ciò che non è più recuperabile, come la bellezza, il potere o i ruoli del passato. Consiste nel ridefinire modelli identitari e ideali in modo personale, realistico e autentico. L’obiettivo è aiutare ciascuno a recuperare un senso di libertà e di potere, regolando le emozioni dolorose e sviluppando nuove competenze di adattamento. In questo modo diventa possibile valorizzare le risorse che la terza e quarta età, nonostante tutto, continuano a offrire