a cura di Valeria Foschi
Quando la mente cambia
Con il passare degli anni, il funzionamento della mente può cambiare. Non sempre in modo evidente, non sempre in modo costante. A volte è un rallentamento, altre volte una difficoltà a ricordare, a concentrarsi, a trovare le parole giuste. Questi cambiamenti possono sorprendere. Possono far emergere una sensazione nuova: quella di non riconoscersi del tutto nel proprio modo di funzionare.
Non è solo una questione cognitiva. Quando ci accorgiamo che qualcosa nella mente non è più come prima, non reagiamo solo sul piano cognitivo. Si attivano soprattutto emozioni. Paura, preoccupazione, vergogna, senso di inadeguatezza. Pensieri come: “sto perdendo colpi”, “non sono più quello di prima”, “e se fosse qualcosa di grave?” Queste reazioni sono automatiche e comprensibili.
Il peso delle emozioni sul funzionamento mentale
Ansia e vergogna non restano sullo sfondo. Attivano il sistema di allarme dell’organismo e interferiscono direttamente con attenzione e memoria. In questo senso, la difficoltà cognitiva non è mai solo cognitiva. Può accadere che si crei un circolo: la difficoltà genera preoccupazione, la preoccupazione riduce ulteriormente le prestazioni, la riduzione conferma la paura iniziale. Nel tempo, questo può portare a evitare, a rinunciare, a mettersi meno alla prova.
Il legame con l’identità
I cambiamenti cognitivi non toccano solo le abilità. Toccano il senso di sé. Per tutta la vita abbiamo costruito un’immagine di noi legata all’efficienza, all’autonomia, alla capacità di cavarcela. Quando queste dimensioni iniziano a modificarsi, può emergere un senso di perdita. Non solo di capacità, ma di identità.
Vergogna e paura
Molte persone non parlano di queste esperienze. Non perché non siano importanti, ma perché sono difficili da condividere. La vergogna può nascere dal sentirsi meno efficienti, meno lucidi, meno autonomi. Queste emozioni non sono un segno di debolezza. Sono una risposta umana a un cambiamento profondo.
Riconoscere per non amplificare
Il primo passo non è “allenare la memoria”. È riconoscere cosa sta succedendo dentro. Accorgersi della paura, della vergogna, della tensione. Dare un nome a questi stati, senza giudicarli. Quando le emozioni restano implicite, tendono ad amplificarsi. Quando vengono riconosciute, possono iniziare a trasformarsi. Questo ha un effetto diretto anche sul funzionamento cognitivo.
Un modo diverso di stare nell’esperienza
Gli approcci mindfulness e la prospettiva cognitivo-costruttivista sottolineano un aspetto centrale: non è solo ciò che accade a fare la differenza, ma il modo in cui ci relazioniamo a ciò che accade. Imparare a osservare i propri pensieri senza identificarvisi completamente.
Ridurre l’autocritica. Accettare il cambiamento senza leggerlo automaticamente come perdita di valore. Questo non significa rassegnarsi. Significa creare le condizioni perché la mente continui a funzionare nel modo più efficace possibile.
Ogni età ha le sue esigenze
Così come nell’infanzia e nell’età adulta sviluppiamo competenze diverse, anche la terza età richiede un adattamento. Non è una fase “in perdita”, ma una fase che richiede nuove modalità di cura di sé. Prendersi cura del proprio funzionamento cognitivo significa anche prendersi cura del proprio mondo emotivo.
Dare senso al cambiamento
A Spazio FormaMentis, il lavoro sulla prevenzione del declino cognitivo riguarda il modo in cui la persona vive e interpreta ciò che sta cambiando.
In questo spazio diventa possibile:
– riconoscere le emozioni legate alle difficoltà cognitive
– comprendere il legame tra stati emotivi e funzionamento mentale
– ridurre ansia, vergogna e autocritica
– interrompere i circoli viziosi che mantengono la difficoltà
– ridefinire il proprio senso di sé in modo più attuale e sostenibile
– sviluppare un rapporto più flessibile e consapevole con i propri pensieri
Non si tratta di tornare come prima.
Si tratta di continuare a funzionare, in modo diverso, senza sentirsi persi dentro il cambiamento.