a cura di Giulia Ferraris e Stefania Negro
Nuove tecnologie nella terza e quarta età
Con il passare degli anni, il mondo circostante cambia molto rapidamente, a volte troppo velocemente. Le nuove tecnologie entrano nella vita quotidiana quasi senza chiedere permesso, diventando indispensabili per compiti un tempo semplici come pagare una bolletta, prenotare una visita medica, accedere ad un servizio o comunicare con i propri familiari. Azioni che prima erano immediate diventano improvvisamente complicate, e non sempre si dispone del tempo, dell’energia o della serenità necessari per restare al passo. Molte persone si sentono comprensibilmente spaesate, poiché il ritmo del cambiamento è serrato e spesso poco tollerante verso chi necessita di tempi più lunghi.
La fatica silenziosa di “non capire subito”
Capita di frequente di non ricordare una password, di non comprendere un passaggio tecnico o di temere di commettere errori davanti a uno schermo che sembra parlare una lingua sconosciuta. Spesso questa fatica resta inespressa: si tenta di cavarsela da soli oppure si evitano del tutto i dispositivi, oppure si chiede aiuto, ma con disagio, sentendosi in colpa o “di peso”.
In questo contesto, la vergogna gioca un ruolo fondamentale: non riuscire in qualcosa che appare facile agli altri può far sentire inadeguati, superati o “fuori tempo”. Per proteggersi da queste sensazioni, alcune persone iniziano a ritirarsi socialmente.
Tecnologia, autonomia e il rischio dell’isolamento
L’impatto con il digitale tocca un punto estremamente sensibile: l’autonomia. Dover dipendere da un’app o da una procedura sconosciuta per gestire la propria vita può far nascere la paura di un’eccessiva dipendenza da figli, nipoti o amici. Ciò può riattivare vissuti di perdita di dignità; non si tratta di un rifiuto del progresso, ma del tentativo di difendere la propria competenza e continuità interiore. Quando la tecnologia diventa una fonte costante di ansia o frustrazione, il rischio concreto è quello di ridurre i contatti, meno messaggi, meno prenotazione e meno iniziative. Piano piano, il mondo può sembrare più lontano: non perché venga meno l’interesse ma perché l’accesso diventa faticoso. Anche in questo caso, non si tratta di mancanza di volontà ma è una risposta comprensibile a un senso di esclusione che spesso non viene riconosciuto.
Ritrovare un proprio modo di stare nel cambiamento
È importante sottolineare che non esiste alcun obbligo morale di “essere tecnologici”. Esiste invece la possibilità di trovare un modo personale e sostenibile di abitare questo mondo che cambia.
Questo può significare:
• Scegliere consapevolmente cosa imparare e cosa invece delegare.
• Accettare di avere bisogno di più tempo rispetto ai ritmi frenetici del digitale.
• Distinguere tra ciò che è realmente utile e ciò che può aspettare.
• Non misurare il proprio valore personale sulla base della velocità o della competenza digitale.
Quando il rapporto con il digitale genera rabbia, ansia o isolamento, può essere utile esplorare cosa si muove sotto la superficie.
A SpazioFormaMentis il lavoro con persone nella terza e quarta età non mira a fornire un insegnamento tecnico, ma si concentra sul modo in cui il cambiamento viene vissuto emotivamente: la vergogna, la paura di dipendere dagli altri, il senso di esclusione e la fatica di adattarsi.
In questo spazio diventa possibile:
• Riconoscere e normalizzare il disagio legato alla tecnologia
• Ridurre l’autocritica e la vergogna
• Ritrovare un senso di competenza e dignità personale
• Scegliere come stare nel cambiamento senza sentirsi “sbagliati”
• Restare in relazione, anche quando le modalità cambiano.
L’obiettivo finale non è diventare esperti di informatica, ma continuare a sentirsi al proprio posto in un mondo che si trasforma