a cura di Maria Letizia Villa
Quando aiutare diventa un compito continuo
Prendersi cura di chi si prende cura
Accompagnare una persona fragile, malata o non più autonoma è un’esperienza profonda. Può essere un gesto d’amore, di responsabilità, di restituzione.
Ma può anche diventare faticoso, totalizzante, a volte estenuante. Le giornate si riempiono di incombenze, decisioni, preoccupazioni. Il tempo per sé si riduce. La vita personale, il lavoro, altre relazioni possono passare in secondo piano. Molti caregiver vanno avanti per mesi o anni senza fermarsi mai a chiedersi come stanno, motivati da un forte senso del dovere, di responsabilità ma anche di gratitudine o cura per l’altro.
Emozioni difficili (e spesso taciute)
Accanto all’affetto possono comparire vissuti complessi: stanchezza, irritazione, senso di colpa per desiderare una pausa, rabbia per la situazione, paura di non farcela. A volte ci si vergogna persino di provare queste emozioni, perché sembrano in contrasto con l’idea di essere “una brava persona” o ci si sente in dovere di prendersi cura dell’altro, accantonando sé stessi. E così si rimane soli anche dentro ciò che si sente.
Il carico invisibile
Essere caregiver non significa solo fare delle cose. Significa tenere nella mente continuamente problemi, appuntamenti, terapie, rischi, imprevisti. È una responsabilità che occupa spazio mentale giorno e notte. Questo sovraccarico può portare a esaurimento delle forze fisiche e delle energie mentali, difficoltà di concentrazione, irritabilità, disturbi del sonno, isolamento.
Questa situzione ha un nome: burden ovvero un carico assistenziale eccessivo, perché prolungato nel tempo e che comporta sensazioni di:
- riduzione o annullamento del proprio tempo, per la maggior parte o del tutto dedicato alla cura dell’altro, direttamente (assistendolo per es. nel vestirsi o accompagnandolo alle visite) o indirettamente ( per es. prenotando visite, occupandosi delle sue bollette da pagare, della spesa, etc)
- essere esclusi dalla vita “normale” che gli altri della stessa età vivono
- non essere capiti e supportati da altri familiari
- avere maggiore difficoltà di concentrazione, memoria, attenzione che fanno rendere meno sul lavoro o in altre aree di vita
- aumento di disturbi fisici, quali mal di stomaco, cefalee, disturbi del sonno, vertigini, difficoltà respiratorie, etc con conseguente maggior uso di farmaci o altre sostanze (nicotina, caffeina, cibo, etc)
- provare sentimenti di rabbia o irritazione verso gli altri in generale, verso I propri familiari oppure verso la persona che si sta assistendo
Quando la quantità di tempo che si dedica all’assistenza supera una certa soglia ed è prolungato nel tempo, è normale provare queste sensazioni. Ma queste sensazioni sono un campanello di allerta che ci segnalano che il carico che stiamo vivendo è eccessivo ed è necessario chiedere aiuto.
Perché chiedere aiuto è difficile
Molti caregiver pensano:“Devo farcela.”,“È mio dovere.”, “Non posso lamentarmi: in fondo non sono io quello malato”. Oppure temono che chiedere aiuto sia da deboli o che occuparsi di sé significhi togliere qualcosa alla persona assistita.
In realtà, prendersi cura di sé è un dovere perché significa proteggere anche la qualità della cura. Non si è deboli, si è umani e nessuno può reggere tutto da solo per sempre.
Per riuscire a curare bene l’altro devo curare bene anche me stesso.
Che tipo di supporto offriamo
A Spazio FormaMentis lavoriamo con i caregiver all’interno di una cornice cognitivo costruttivista, evoluzionista e trauma-informed.
Questo significa aiutare la persona a:
riconoscere il proprio carico emotivo
legittimare sentimenti ambivalenti
comprendere i limiti realistici delle proprie forze
prevenire il burnout
mantenere spazi di identità personale
trovare modalità sostenibili di aiuto
Non si tratta di fare meno o sottrarre tempo all’altro. Si tratta di poter continuare a curare l’altro senza rompersi.
Uno spazio per chi sostiene
Il supporto può avvenire attraverso colloqui individuali, consulenze o gruppi dedicati ai caregiver.
Avere uno spazio in cui poter parlare liberamente, senza dover essere forti per forza, permette di ritrovare energia, lucidità e senso di orientamento.
Quando può essere utile
Può essere il momento di chiedere un sostegno quando ci si sente costantemente stanchi, arrabbiati o in colpa, quando si ha l’impressione di non avere più tempo o quando la preoccupazione occupa ogni pensiero.
Non bisogna aspettare di essere al limite.
Anche chi sostiene ha diritto a essere sostenuto.