a cura di Serena Barbieri, Letizia Villa e Giulia Ferraris
Continuare a lavorare nella terza e quarta età
Per molte persone, il lavoro non è stato soltanto una fonte di reddito. È stato un luogo di identità, appartenenza, riconoscimento. Attraverso il lavoro si è costruito un senso di valore personale, una collocazione nel mondo, una continuità tra ciò che si è e ciò che si fa. Quando arriva il pensionamento, questo legame può interrompersi bruscamente. Ma non per tutti il desiderio di lavorare si esaurisce.
Quando il lavoro resta un bisogno
Alcune persone sentono il bisogno di continuare a lavorare, in modo diverso rispetto al passato. Non sempre per necessità economica. Spesso per il bisogno di sentirsi attivi, utili, presenti. Questo desiderio non indica incapacità di “lasciar andare”. Indica piuttosto che il lavoro ha avuto, e continua ad avere, una funzione identitaria ed emotiva significativa.
Lavoro, valore e vergogna
In una cultura che associa l’età avanzata al ritiro e all’inattività, continuare a lavorare può generare vergogna. Ci si può sentire giudicati: come se non si fosse capaci di fermarsi,
come se si stesse occupando uno spazio che non spetta più. Questa vergogna nasce da modelli culturali, non da una reale inadeguatezza. Dal punto di vista emotivo, il lavoro può continuare a essere una fonte di regolazione, senso e dignità.
Un lavoro che cambia forma
Continuare a lavorare nella terza e quarta età non significa necessariamente mantenere gli stessi ritmi, le stesse responsabilità o le stesse prestazioni. Il corpo cambia. L’energia disponibile può ridursi. I tempi di recupero si allungano. Dal punto di vista evoluzionistico,
questa fase richiede adattamento, non prestazione. Il lavoro può trasformarsi: più flessibile, più selettivo, più orientato alla trasmissione e al senso, meno centrato sulla produttività.
Tra continuità e trauma
Per alcune persone, l’interruzione del lavoro può essere vissuta come un evento traumatico.
Non tanto per la perdita dell’attività in sé, quanto per la rottura di una continuità identitaria. Quando il lavoro è stato uno dei principali regolatori emotivi, la sua scomparsa può lasciare un vuoto difficile da integrare. Dal punto di vista costruttivista, non si tratta di eliminare il bisogno di lavorare, ma di comprenderne il significato personale.
Consapevolezza e scelta
Un aspetto centrale riguarda la possibilità di scegliere. Continuare a lavorare può essere una risorsa, se nasce da un desiderio consapevole e non da una fuga dal vuoto o dalla paura.
La consapevolezza e la capacità di vivere pienamente il presente aiuta a creare uno spazio di ascolto e presenza in cui diventa possibile osservare le emozioni che accompagnano il desiderio di lavorare – come paura, vergogna, senso di valore o utilità – senza agire immediatamente su di esse.
In questo modo il lavoro può restare un luogo di presenza e non di sacrificio.
A Spazio FormaMentis, il lavoro clinico con persone che continuano o desiderano continuare a lavorare nella terza e quarta età non è orientato a dire cosa sia giusto fare. È orientato a esplorare il significato del lavoro all’interno della storia personale.
In questo spazio diventa possibile:
- distinguere tra bisogno identitario e paura del vuoto
- regolare emozioni come vergogna, rabbia o tristezza
- integrare il cambiamento del corpo senza svalutarsi
- trovare forme di continuità sostenibili
Continuare a lavorare può essere una risorsa evolutiva. Non per restare quelli di prima, ma per diventare sé stessi in una nuova fase della vita.