Spazio FormaMentis

Stai attraversando una fase di incertezza o di crisi (legata alla professione, alle relazioni interpersonali o di coppia...) e hai bisogno di confrontarti con qualcuno di "esterno" alle vicende che ti preoccupano?

Pensi di soffrire di un disturbo psicologico (attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo alimentare ecc.)?

Ti senti molto arrabbiato, triste, disperato, impaurito... e non sai spiegarti il motivo?

Non ti senti relizzato e avverti un bisogno di cambiamento o crescita personale?

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Che ansia! Che panico!

  • Mi riconosco...

    "Ho cominciato a sudare improvvisamente, il cuore si è messo a battere fortissimo. Ho pensato di avere un infarto e di morire. È stata l'esperienza più brutta della mia vita".

    "Quando mi viene un attacco di panico mi manca il fiato, comincio a tremare e mi sembra di soffocare. Poi mi sento svenire e mi sento morire. È terribile".

    "Mi sento come se non fossi nel mio corpo, la realtà è come annebbiata, ho paura di impazzire".

    "Le prime volte pensavo che fosse un infarto. Tutte le volte, anche se lo so che è un attacco di panico ho paura di morire".

    "Ho paura che mi succeda mentre guido perché non vedo più niente e posso avere un incidente e fare male a qualcuno".

    "Ho sempre paura che mi vengano gli attacchi di panico. Non faccio piùle cose che facevo prima. Evito di andare in metropolitana o in aereo o in treno. La mia vita si è limitata tantissimo".

    "Ho paura che mi venga quando sono al lavoro e non posso muovermi. Comincio a sudare e divento pallido. Mi sento soffocare e penso che morirò".

    "Ho paura che mi venga un attacco quando sono in autostrada. È un anno che non viaggio più. Non prendo neanche il treno perché non posso scendere quando voglio".

    "Non riesco a fare neanche più la coda alla posta o al supermercato. Non posso andare nei bar se sono troppo affollati o al cinema. Preferisco stare in casa per non sentirmi a disagio anche con gli amici e fare una brutta figura".

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  • Mi riconosco...

    "Cosa penseranno gli altri di me... se faccio-non faccio/dico-non dico questa cosa?
    Se entro nel bar per un caffè o per chiedere dov’è il bagno... Se devo chiamare un amico o chiedere ad un/a ragazza/o di uscire... Se voglio provare a dire la mia per partecipare ad una conversazione in gruppo... Se devo sostenere un esame o un colloquio di lavoro...".

    "Se poi vado in ansia? Se mi imbarazzo... se arrossisco..? Se ne accorgeranno tutti... Penseranno che sono ridicolo, inadeguato, inferiore...".

    "Non mi sento all’altezza della situazione... non sono simpatico, brillante, intelligente, bello come gli altri... Meglio solo... a casa starò tranquillo...".

    "È inutile che ci provi tanto, sono uno sfigato, non piaccio e non mi vuole nessuno...".

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  • Mi riconosco...

    "Ho sempre il cuore in gola e continuo a pensare alle cose brutte che potrebbero succedere".

    "Mi sento sempre senza forze e non riesco a finire le cose che devo fare e l’ansia mi aumenta sempre di più. Penso che andrà tutto male".

    "Dormo malissimo e appena mi sveglio continuo a pensare alle cose che devo fare e ho paura che vada tutto male. Sono sempre preoccupato e niente mi calma".

    "Continuo ad avere un pensiero dietro l’altro. Mi sembra di andare a 200 km all’ora. Sono sempre irritabile e continuo a sfogarmi con gli altri".

    "Sono sempre più preoccupata… per la mia famiglia, per i soldi, per il lavoro… Se vado avanti così mi ammalerò o impazzirò. Non ce la faccio più!!".

    "Devo sempre stare allerta così sono sicuro di essere pronto ad affrontare le cose negative che accadranno".

    "Se continuo a pensare ad una cosa che mi preoccupa sento di averla sotto controllo".

    "Se sono preparato al fatto che le cose vadano male, sono più preparato ad affrontarle".

    "Se ripenso continuamente alle cose che mi mettono ansia, mi sembra di tenere l’ansia più sotto controllo".

    "Se smettessi di preoccuparmi e poi accadesse qualcosa di brutto, poi me ne sentirei responsabile".

    "Sono ansiosa come mia madre, che aveva paura di tutto. Anch’io ho sempre paura di tutto".

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  • Cos'è?

    L’Insonnia è un disturbo caratterizzato dalla percezione soggettiva di sonno non-ristoratore e/o di difficoltà ad iniziare o a mantenere il sonno, che dura per almeno 1 mese.

    L’insonnia può esordire in seguito a periodi stressanti ed eventi traumatici, e/o può essere legata all’ansia e alla tendenza la rimuginio su temi di vita o di lavoro ma anche sul sonno stesso ("non ho dormito abbastanza", "se non dormo avrò qualcosa di grave" ecc). Queste preoccupazioni sul sonno sono particolarmente insidiose perché sono in grado spesso di cronicizzare un problema di insonnia che potrebbe rimanere circoscritto (situazionale), sostituendosi alla causa scatenante e mantenendo un circolo vizioso di allerta, nemico del sonno.

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Che stress! Che trauma!

  • Cos'è

    Lo Stress è un argomento molto popolare nella nostra cultura, probabilmente per la necessità espressa dalle persone di controllare questa condizione per condurre una vita “normale” e “felice”. Il desiderio che spesso viene espresso è di “sradicare” o eliminare lo stress, piuttosto che di gestirlo o ridurlo. Per poter capire come affrontare questo fenomeno è fondamentale comprendere cosa si intende per stress.

    Nel senso comune, il termine “stress” viene utilizzato per indicare diversi aspetti del fenomeno: c’è chi lo usa per riferirsi allo stimolo (“Il mio capo è un vero stress”), chi per definire lo sforzo a cui l’organismo è sottoposto (“Sto vivendo un forte stress”), e altri ancora per parlare della reazione conseguente a un evento (“Da quando mi hanno licenziato mi sento molto stressato”).

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  • Mi riconosco...

    “Sogno spesso quello che mi è successo. Mi sveglio spaventato in un lago di sudore. Mi capita spesso di notte di svegliarmi spaventato e poi fatico ad addormentarmi”.

    “A volte mi sembra di rivivere l’evento, come se ricapitasse di nuovo. Mi vengono dei flash delle cose che sono successe e poi non riesco più a concentrarmi. Resto come assente con una sensazione di paura costante”.

    “Cerco di non parlare di quello che è successo, se posso evito situazioni in cui so che se ne parla. Cerco di non andare nei posti che mi ricordano quel che è successo”.

    “Quando ripenso agli eventi o mi trovo a raccontare ho proprio dei buchi, non mi ricordo la sequenza degli eventi, mi mancano proprio dei pezzi”.

    “Da quando è successo l’evento mi sento senza voglia di fare le cose, è come se avessi perso interesse per tutto e le persone non mi interessano più, mi sento come estraneo alle cose che fanno gli altri”.

    “Non ho più voglia di pensare al futuro e di fare progetti, non sento più le emozioni che mi danno la spinta per fare le cose”.

    “A volte mi arrabbio all’improvviso senza motivo. Prima dell’evento non mi succedeva. Mi spavento perché non mi riconosco”.

    “Non dormo più come prima. Mi sveglio più volte di notte e ho sempre il sonno leggero. Mi sveglio per nulla”.

    “Non mi concentro più come prima. Mi basta poco per perdere la concentrazione e ci metto un sacco di tempo a fare le cose”.

    “Sono sempre in allerta. Da dopo l’evento mi è aumentata l’ansia e mi preoccupo per le cose che possono succedere”.

    “Non sono più rilassato da allora. Non riesco più ad essere spensierato e a lasciarmi andare. Sono sempre sul chi va là. Appena succede anche una piccola cosa reagisco in maniera esagerata”.

    “Ne risente anche la mia vita di coppia. La relazione è tesa e litighiamo spesso”.

    “Mi trovo sempre più spesso a bere alcol o ad usare delle sostanze per non pensare”.

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  • Cos'è

    Il mobbing, è una forma di violenza psicologica che si manifesta nel contesto lavorativo; è esercitata mediante attacchi contro la persona, verso il lavoro svolto e il ruolo lavorativo ricoperto. Ad oggi si stima che in Italia circa il 4,2% dei lavoratori ne sia vittima.

    Tali condizioni lavorative possono determinare, nel singolo individuo coinvolto, gravi conseguenze sulla sua salute e qualità di vita.

    Il perdurare della situazione può causare, infatti, lo sviluppo di sintomi psicosomatici (cefalea, tachicardia, disturbi gastrointestinali), ansia, disturbi dell’umore e del sonno, perdita della propria autostima, e conseguenze a livello sociale, relazionale e lavorativo (ritiro sociale, deterioramento delle relazioni familiari, perdita di motivazione e difficoltà di un nuovo inserimento lavorativo).

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  • Cos'è

    Il dolore è un fenomeno molto complesso, in cui agiscono più fattori:

    • una componente più strettamente percettiva, derivante
    • dall’attivazione dei nostri recettori per il dolore
    • dalla successiva trasmissione al sistema nervoso centrale dell’informazione relativa alla presenza di uno stimolo potenzialmente dannoso per l’organismo
    • una componente più di tipo soggettivo (la vera e propria esperienza del dolore) che deriva dai significati e dalle emozioni che attribuiamo a quella specifica percezione

    Ciò significa che il nostro corpo reagisce, ad un determinato stimolo, producendo dolore ma la percezione di questo sarà mediata (aumentata o diminuita) dal significato che gli attribuiamo. Così, ad esempio, una stessa persona sarà in grado di sopportare le dolorose contrazioni del parto perché attribuisce ad esse un determinato significato (“servono per far nascere il mio bambino, questo dolore era previsto, so che è transitorio”) , e allo stesso tempo le sembrerà di non essere in grado di tollerare un improvviso mal di testa durante una vacanza, attribuendogli un significato estremamente negativo (“perché proprio ora, non lo voglio, mi sta rovinando tutto!!”) ed aggiungendo ad esso un importante carico di emozioni negative di tristezza, rabbia... in un pericoloso circolo vizioso.

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Non posso fare a meno di...

  • Anoressia

    “Non ho più le mestruazioni da sei mesi. La ginecologa mi dice che è dovuto al fatto che sono troppo magra”.

    “Appena mangio qualcosa mi sento in colpa. Controllare quello che mangio mi fa sentire bene”.

    “Quando mi guardo allo specchio mi vedo sempre le gambe grosse. Riesco a capire subito se sono ingrassata anche di un solo etto”.

    “Tutta la mia famiglia mi dice che sono troppo magra. A me non sembra di essere sottopeso. Ci sono tante amiche come me, ma mia mamma mi dice che sono troppo magra. A volte sono un po' stanca, ma non voglio ingrassare. Mi piaccio così”.

    “Sono alta un metro e settanta e dovrei pesare 60 chili. Ma io ne peso 50 e mi vado benissimo. Sono gli altri che mi dicono che si vedono tutte le ossa”.

    “Penso sempre al cibo. É un’ossessione da quando mi sveglio. Controllo le calorie dei cibi e so di avere io il controllo su tutto quello che mangio”.

    Bulimia

    “Alla sera quando torno a casa apro il frigo e mangio tutto quello che riesco senza fermarmi. Poi mi sento maledettamente in colpa e mi chiudo in bagno a vomitare”.

    “Mi sento una specie di vuoto dentro da colmare. Mi tengo sempre una riserva di dolci e quando so di essere da sola mi sfogo. Mi vergogno tanto di questa cosa. A volte prendo dei lassativi così penso di eliminare un po’ di cibo e di non ingrassare”.

    “Vivo come su un’altalena. Certi giorni praticamente digiuno o bevo un cappuccino, altri giorni apro il frigo e lo svuoto senza riuscire a fermarmi. Non ce la faccio più. Mi vergogno e mi sento tantissimo in colpa. A volte arrivo a farmi schifo e vorrei non esistere più”.

    “Se la sera prima mi abbuffo il giorno dopo passo tutto il pomeriggio in palestra controllando sui macchinari le calorie perse”.

    Disturbo da alimentazione incontrollata

    “Quando mangio ingoio senza masticare, è come se dovessi buttare tutto dentro. Sono gli altri che me lo hanno fatto notare”.

    “A volte non ho fame e mangio tanto finché non mi sento così piena che sto quasi male”.

    “Nell’ultimo anno sono ingrassata dieci chili. Mi accorgo di mangiare senza controllo, soprattutto quando sono da sola. Mi sento uno schifo. Ho solo voglia di chiudermi in casa”.

    “Mangio tutto in due minuti senza neanche guardare cosa c’è nel piatto, fino quasi a scoppiare. É come se fosse una compulsione, non penso e sono senza controllo”.

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  • Cos'è

    Ciò che caratterizza il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è la presenza di pensieri ricorrenti che si presentano insistentemente alla mente dell’individuo (le cosiddette Ossessioni) e di azioni ripetitive e ritualizzate (le Compulsioni). La persona riconosce che entrambe sono eccessive o irragionevoli, anche se non riesce a interromperle. Esse gli causano un disagio marcato, procurano un dispendio di tempo in genere superiore ad un'ora al giorno, e interferiscono significativamente con le sue normali abitudini, con il funzionamento lavorativo (o scolastico) e sociale.

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  • Cos'è

    Il tabagismo si riferisce al comportamento continuativo di fumare tabacco. Tale comportamento rappresenta attualmente una delle problematiche più pericolose per la salute dell’individuo, con un forte impatto sulla diminuzione delle aspettative di vita: tra le patologie correlate al tabagismo troviamo laringiti, faringiti, ed esofagiti, carcinoma al polmone, patologie all’apparato respiratorio come asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva (COPD), enfisema polmonare e malattie cardiovascolari. La sigaretta, infatti, contiene una grande quantità di sostanze nocive, cancerogene ed irritanti, che alterano ed infiammano i bronchi e, tra le altre cose, fanno sì che il sangue trasporti minore quantità di ossigeno all’interno del corpo. A ciò si aggiungono una serie di conseguenze estetiche per l’organismo: l’ingiallimento di unghie e denti, l’invecchiamento precoce della pelle, l’indebolimento dei capelli, ecc.

    Inoltre il fumo contiene nicotina, una sostanza stimolante in grado di generare una forte dipendenza, con un aumento dei livelli di ansia, stress, depressione e da peggioramento dell'umore, della memoria e della qualità del sonno.

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Che rabbia! Che angoscia...

  • Cos'è

    Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) è, tra i disturbi di personalità, quello che più frequentemente arriva all’attenzione dei professionisti della salute mentale ed è presente nel 2-3% della popolazione. È caratterizzato da rapidi e improvvisi cambiamenti di umore, da instabilità nelle relazioni e nei comportamenti, da una marcata impulsività e, in alcune circostanze, dalla difficoltà a gestire in modo consapevole e coerente i propri pensieri. A causa della notevole sofferenza generata dai sintomi, nonché dei comportamenti problematici messi in atto nel tentativo di gestirli, le persone che soffrono di DBP realizzano con difficoltà i propri progetti, nonostante siano dotate di notevoli capacità personali e sociali.

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Vedo tutto nero.. che tristezza

  • Mi riconosco...

    “Quando mi sveglio non ho voglia di fare niente. Non ho più interesse per le cose che facevo prima”.

    “Sono dimagrito dieci chili, non ho neanche più voglia di mangiare, non ho più fame né interesse per il cibo”.

    “Dormirei sempre. Non riesco più ad avere le energie che avevo prima. Passerei le mie giornate nel letto”.

    “Sento che non valgo nulla, che sto buttando mia la mia vita e che sono un fallito”.

    “Non riesco più a prendere una decisione. Appena decido mi sento in colpa e penso che sia la decisione sbagliata. Non so più fare niente”.

    “Vedo tutto nero e, quando proprio non ce la faccio più, vorrei farla finita, non vorrei più svegliarmi per non stare più così male”.

    “Mi faccio schifo e vedo il mio futuro come un buco nero, non può succedermi niente di bello. Sono così solo e infelice”.

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  • Cos'è

    La Depressione Post-Partum è un Disturbo dell’Umore che, nei Paesi occidentali, colpisce circa il 10-20% delle madri.

    È caratterizzata da:

    • umore depresso
    • tristezza o pianto incontrollato
    • senso di disperazione, affaticabilità
    • mancanza di interesse per le attività quotidiane e/o per il neonato
    • disturbi del sonno e dell’appetito
    • pensieri pessimistici
    • presenza di sensi di colpa
    • ridotta capacità di concentrazione.

    Completano il quadro:

    • preoccupazioni per la propria salute e quella del bambino
    • mancanza di energie
    • eloquio e movimenti rallentati
    • (o, al contrario, agitazione e iperattività)
    • sentimenti di autosvalutazione
    • e, talvolta, pensieri sulla morte e sul suicidio.

    Tale disturbo si sviluppa generalmente durante i primi tre mesi dopo il parto, sebbene in molti casi l’insorgenza possa avvenire anche dopo 6-8 mesi e prolungarsi fino ai 2 anni di vita del bambino.

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Il mio bambino...?

  • Cosa sono

    Con il termine Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) ci si riferisce ai soli disturbi delle abilità scolastiche, di cui soffre un elevato numero di alunni della scuola primaria: tali problemi di apprendimento incidono in modo rilevante sul rendimento nelle varie discipline, causando spesso un vero e proprio disadattamento scolastico.

    La principale caratteristica di questo disturbo è la “specificità”: il disturbo, cioè, interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura o calcolo) in modo significativo, ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale.

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  • Cosa sono

    L’infanzia e l’adolescenza sono due fasi del ciclo di vita in cui l’individuo affronta numerosi compiti e cambiamenti che costituiscono normali tappe dello sviluppo cognitivo, affettivo e comportamentale. L’ingresso a scuola, l’integrazione con i coetanei, l’apprendimento di regole sociali, i cambiamenti del proprio corpo… sono solo alcune delle sfide più importanti in cui il bambino e/o l’adolescente possono incontrare difficoltà. In alcuni casi, tali difficoltà possono causare disagi eccessivi e impedire una serena crescita.

    È importante, allora, individuare il più precocemente possibile eventuali segni di disagio che frequentemente possono venire espressi attraverso comportamenti più o meno visibili. Spesso, infatti, i bambini hanno difficoltà a verbalizzare i propri bisogni o il proprio disagio, ed è per questo motivo che il corpo diventa il canale privilegiato di espressione dello stato emotivo. I bambini spesso utilizzano il corpo come il luogo ed il mezzo privilegiato per esprimere il proprio disagio, magari per richiedere in maniera velata l’attenzione degli adulti, che non significa soltanto bisogno di accudimento fisico, ma qualità emotiva e coerenza all’interno della relazione.

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  • Cos'è

    Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività è un Disturbo Evolutivo dell’Autocontrollo, di origine neurobiologica, che interferisce con il normale sviluppo del bambino e ostacola lo svolgimento delle comuni attività quotidiane: andare a scuola, giocare con i coetanei, convivere serenamente con i genitori e i fratelli e, in generale, inserirsi normalmente nella società.

    È un Disturbo del Comportamento che si manifesta nei bambini in età scolare con una modalità di disattenzione e/o iperattività-impulsività che è più frequente e più grave di quanto si osservi in soggetti con un livello di sviluppo simile.

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  • Cos'è

    L'Enuresi è il volontario o involontario rilascio ripetuto di urina nei vestiti o a letto in una fase di sviluppo in cui il controllo degli sfinteri (i muscoli che permettono di trattenere le urine e le feci) dovrebbe essere acquisito.

    Dato che la maggior parte dei bambini raggiunge il controllo degli sfinteri di giorno e di notte verso i 5 anni, la perdita involontaria di urina è un fatto normale nel bambino piccolo, che non ha ancora imparato a controllarli. Si può parlare di “enuresi”, dunque, solo se il disturbo persiste dopo i 7-8 anni, distinguendo fra enuresi notturna e diurna a seconda se è limitata solo al periodo notturno o prosegue anche durante il giorno.

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  • Cos'è

    I tic sono movimenti involontari rapidi, classificati in semplici se costituiti da movimenti brevi e stereotipati del volto, delle spalle e degli arti ed in complessi se costituiti da sequenze di movimenti improvvisi e senza finalità che tendono a ripetersi con un ritmo irregolare.

    I tic motori semplici includono ad esempio: ammiccamenti, torsioni del collo, alzate di spalle, smorfie del viso, colpi di tosse; i tic vocali semplici includono: raschiarsi la gola, grugnire, tirare su con il naso, sbuffare.

    I tic motori complessi riguardano: movimenti mimici, saltare, toccare, battere i piedi, odorare un oggetto. I tic vocali complessi comprendono la ripetizione di parole o di frasi fuori dal contesto; nei casi più gravi, si parla di “coprolalia” (uso di parole oscene) e di “ecolalia” (ripetizione di suoni, parole o frasi udite per ultime).

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Com'è difficile stare insieme

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  • Mi riconosco...

    “Da quando è nato nostro figlio le cose sono cambiate. Io sono sempre triste e senza energie. Mio marito è stanco e torna tardi dal lavoro. Non abbiamo i genitori vicino. Pensavamo che sarebbe stato tutto bellissimo, invece stiamo scoppiando.”

    “Non ce la faccio più con mio figlio di 16 anni. Risponde sempre male, è prepotente, vuole fare quello che vuole. Più ci arrabbiamo, più lui si ribella. Adesso dice che non vuole neanche più andare a scuola. Era un bravo bambino, ma adesso non sappiamo proprio più come comportarci. A volte vorremmo quasi che uscisse di casa, perché la vita in casa è diventata insopportabile.”

    “Da quando mio marito ha perso il lavoro non è più lui. Passa le giornate in casa o al bar. Si sente inutile e in casa è sempre nervoso. La nostra vita di coppia è completamente annullata e siamo preoccupati per il futuro.”

    “L’anno scorso è mancata la madre di mia moglie. Era una parte importante della nostra famiglia. Si occupava dei nipoti e ci aiutava in casa. Mia moglie aveva un rapporto molto stretto con lei. Da allora vedo mia moglie sempre triste e apatica. Vorrei aiutarla ma non so come fare.”

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  • Cos'è

    La violenza di genere è un fenomeno di cui solo recentemente si è iniziato a parlare. Con questo termine si indicano tutte quelle situazioni in cui la violenza contro le donne viene esercitata dal partner all’interno della relazione di coppia; si esprime mediante un abuso fisico, sessuale, psicologico, emotivo, economico, oltre che attraverso minacce e atteggiamenti persecutori quali lo stalking. Da qualche tempo giornali, istituzioni politiche, luoghi di lavoro, mass media, social network, indagini giudiziarie, ricerche, associazioni della società civile, aule di tribunali ci hanno abituato a sentir parlare di violenza domestica. Dietro i fatti clamorosi ce ne sono migliaia di subdoli e meno rumorosi, ma sicuramente dolorosi e potenzialmente pericolosi. Per affrontare seriamente questo fenomeno e per dare strumenti di lettura e di prevenzione alle donne è necessario metterle in guardia rispetto al fatto che generalmente sono loro stesse a ignorare i segnali predittivi della violenza perché la sottovalutano, non sono in grado di riconoscerla e la vivono come un fenomeno lontano. Alcune situazioni, infatti, vengono confuse come vere e proprie “prove d’amore”. È pertanto fondamentale individuare quelle situazioni a rischio che si possono presentare all’inizio di una storia d’amore e che ci danno dei segnali di pericolo.

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Che fatica il piacere

La psicoterapia

  • La Psicoterapia (etimologicamente "cura dell'anima") è innanzitutto un percorso conoscitivo, di analisi e sviluppo delle proprie risorse personali, che consente di ampliare la conoscenza di Sé e delle proprie modalità di comportarsi e relazionarsi. Si tratta di una modalità di lavoro cooperativo in cui il paziente, esperto della propria storia ed il terapeuta esperto nei metodi psicologici e conoscitore dei processi mentali, lavorano insieme al fine di raggiungere alcuni obiettivi condivisi:

    • acquisire una maggiore consapevolezza del proprio “modo di funzionare”, cioè di agire e di reagire
    • modificare alcune modalità comportamento o pensiero disfunzionali, che la persona mette in atto nei diversi contesti della propria vita, che procurano sofferenza e ostacolano il raggiungimento dei propri obiettivi
    • curare disturbi di diverso tipo (disturbi d’ansia, depressione, disturbi alimentari, ecc.)

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  • La Terapia di Gruppo presenta alcune caratteristiche distintive che la differenziano dalla Psicoterapia Individuale:

    • la durata è limitata e stabilita all’inizio, anche se variabile a seconda del tipo di problema psicologico affrontato e delle finalità del gruppo
    • la durata di ogni incontro di gruppo è superiore a quella delle sedute individuali e in genere di 90 – 120 minuti
    • la presenza di più persone seguite contemporaneamente da uno o talvolta anche due terapeuti consente di ridurre notevolmente i costi della terapia
    • il contesto di gruppo, per sua natura dinamico ed interattivo, è stimolante ed arricchente, in quanto facilitatore e catalizzatore della riflessione e del cambiamento dei protagonisti

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Gli interventi innovativi

  • Perché è così difficile essere felici?

    Perché gli essere umani soffrono così tanto? E cosa possiamo fare realisticamente circa questo?

    Avete la sensazione che la vita è destinata ad essere più appagante, o più facile o più vitale di quanto lo sia stata ultimamente?

    ACT ha profonde ed esaurienti risposte a queste domande

    L’Acceptance and Commitment Therapy, o ACT (“ACT” si pronuncia come singola parola, non come lettere separate) è una nuova forma di Psicoterapia, con solide basi scientifiche, e fa parte di quella che viene definita la “terza onda” della terapia cognitivo comportamentale (Hayes, 2004). L’ACT è basata sulla Relational Frame Theory (RFT): un programma di ricerca di base sulle modalità di funzionamento della mente umana (Hayes, Barnes-Holmes, e Roche, 2001). Questa ricerca suggerisce che molti degli strumenti che le persone utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea sofferenza.

    L’ACT prende il suo nome dal suo messaggio principale: accettare ciò che è fuori dal personale controllo e impegnarsi a intraprendere un’azione che arricchisca la nostra vita e rendendola pienamente significativa.

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  • Adattamenti dal protocollo originale di M. Linehan

    La Terapia Dialettico Comportamentale è stata messa a punto per il trattamento di persone con importanti problemi di impulsività, caos interpersonale e confusione rispetto alla propria identità, ma si è rivelata molto efficace (in diversi formati adattabili alle differenti esigenze) anche nel trattamento

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  • La Psicoterapia Sensomotoria (PSM), è un approccio che si rivolge in particolare ai disturbi postraumatici, ma anche in generale agli altri disturbi. É stata sviluppata negli anni ’80. Prende come riferimento teorico principale l’Hakomi Method (Kurtz, 1990), un approccio somatico alla psicoterapia, a sua volta influenzato da numerose discipline fisiche, come lo yoga, l’integrazione posturale, la danza ed altri approcci basati sul movimento. Integra inoltre i contributi teorici e tecnici della psicoterapia psicodinamica e cognitivo-comportamentale, nonché le attuali ricerche sulle neuroscienze, la teoria dell’attaccamento e la dissociazione.

    Questo approccio utilizza strumenti di osservazione e di intervento rivolti principalmente al corpo, che sono abitualmente esclusi da altri tipi di terapie. Il terapeuta si concentra sulla postura, sulle tensioni muscolari, sui movimenti, incoraggiando il paziente a riconoscere ed osservare come le sensazioni fisiche siano legate a particolari emozioni e pensieri e ad integrare queste esperienze corporee nel suo vissuto. Obiettivo principale della Psicoterapia Sensomotoria è aiutare il paziente a regolare le funzioni neurovegetative alterate, modificando i sintomi somatoformi e alcune credenze patogene, soprattutto riguardanti il corpo. Il paziente impara a diventare consapevole del proprio corpo, acquisendo verso di esso una progressiva fiducia, imparando a riconoscere e rispettare i propri marcatori somatici.

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  • L'EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un intervento psicoterapeutico strutturato per il trattamento di svariati disturbi psicologici e di problemi legati sia a eventi traumatici sia a esperienze emotivamente stressanti, che può essere facilmente integrato con altri approcci terapeutici (ad es., la Psicoterapia cognitivo-costruttivista).

    Negli ultimi 25 anni, da quando Francine Shapiro, ideatrice del metodo, iniziò il primo studio sul funzionamento di questa tecnica, l’EMDR è stata oggetto di un numero sempre crescente di studi e ricerche, che ne hanno provato l’efficacia nel trattamento di varie problematiche, dal Disturbo da Stress Post-Traumatico ai Disturbi D’Ansia e Panico, dai Disturbi del Comportamento Alimentare a situazioni di disagio collegate a gravi malattie fisiche, da problematiche conseguenti a traumi relazionali precoci (abusi, maltrattamenti, trascuratezza) alla sofferenza conseguente al lutto complesso.

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  • L’Emotionally Focused Therapy (EFT) è un intervento psicoterapeutico di breve durata (8-20 sedute), rivolto prevalentemente alla coppia, ma adattabile anche all’individuo e alle famiglie.

    Tale intervento, sviluppato a partire dal 1980 da Sue Johnson e Les Greenberg, trae origine dalla convinzione, supportata scientificamente dalla teoria dell’attaccamento, che il benessere individuale e la capacità di affrontare e gestire al meglio i problemi aumentino, se ci sentiamo supportati da un’altra persona e legati ad essa in una relazione sicura. Ciò che ci rende forti non è quindi essere indipendenti e autosufficienti ma, al contrario, essere “dipendenti in modo efficace” da un’altra persona, nel senso di saperle chiedere aiuto così da ricevere supporto emotivo.

    Nella coppia, pertanto, le difficoltà scaturiscono quando, vedendo minacciato il proprio legame, i due partners non sono in grado di generare una connessione emotiva sicura, che permetta di chiedere aiuto e supporto. Essi, al contrario, si coinvolgono in “una danza” disfunzionale e dolorosa di risposte reciproche rigide, sia a livello emotivo sia comportamentale, che li tiene bloccati e incapaci di risolvere i loro conflitti.

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Il lavoro sulla famiglia

  • La famiglia è composta da più persone legate tra loro da vincoli biologici e affettivi, in cui ognuno è in costante relazione con l’altro; è la base di ogni organizzazione sociale, in continuo movimento ed interazione con la società e la storia, del singolo e della comunità. La famiglia è dunque il primo fondamentale contesto in cui l’individuo si trova a far esperienza di sé, del mondo, delle relazioni, ma anche il luogo della trasmissione culturale di valori, tradizioni, motivazioni che concorrono direttamente a costruire la sua identità.

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Lavorare con la coppia

Gli interventi psicologici

  • La Valutazione Psico-Diagnostica (o Assessment) si svolge in genere nell’arco di 4/5 colloqui ed ha l’obiettivo di identificare e definire con precisione il disagio lamentato dalla persona e la struttura di personalità sottostante.

    Oltre all’inquadramento del disagio, la valutazione prevede la raccolta anamnestica (la storia del disturbo e brevi cenni della storia di vita) e, talvolta, la somministrazione di alcuni test psicologici standardizzati, che eventualmente possono essere riproposti alla fine del percorso terapeutico per osservarne le differenze rispetto all’inizio.

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  • La Psicoeducazione è una forma specifica di educazione volta ad aiutare le persone che soffrono di un problema psicologico (o i loro famigliari) ad accedere ad una serie di informazioni circa la natura e la gestione del proprio disturbo . Non rappresenta dunque una forma di trattamento vero e proprio (come la Psicoterapia o il Counseling) ma ne può costituire una componente.

    La Psicoeducazione risponde cioè all’esigenza di chi soffre, di saperne di più sul proprio disturbo, conoscerne i sintomi, le cause, gli effetti collaterali dei farmaci, ma anche apprendere com’è possibile intervenire, quali tecniche usare, com’è possibile ridurne effetti e complicanze.

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  • Il Counseling, o Consultazione Psicologica, si occupa di specifici problemi personali e relazionali che possono essere trattati senza dover intraprendere una Psicoterapia vera e propria.

    Ricorrere ad un counselor è particolarmente utile in tutte le situazioni di cambiamento e crescita (l’uscita dal nucleo famigliare, il matrimonio, la nascita di un figlio…) che si pongono come fasi di “passaggio” e implicano una necessaria riorganizzazione dei ruoli e delle relazioni. Queste “tappe di vita” comportano talvolta delle difficoltà di varia natura, momentanea o duratura, tali da compromettere seriamente il nostro benessere. In tali occasioni, un numero ridotto di incontri con un counselor può servirci a superare l’empasse e a ritrovare la serenità.

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  • La Psicologia del Benessere o “Psicologia Positiva” è un ambito di sviluppo della psicologia che ha ricevuto un’attenzione crescente negli ultimi trent’anni e che si occupa dello studio del benessere della persona e della sua qualità della vita, in contrasto con l’approccio psicologico più tradizionale, focalizzato sul malessere e sulle difficoltà. È evidente che ciò rappresenta un autentico capovolgimento di prospettiva: anziché focalizzarsi sul sintomo e sul malessere, si privilegiano interventi finalizzati al potenziamento delle risorse e delle abilità della persona, mettendo anche in relazione il benessere del singolo con quello più generale della comunità. Si passa così dalla cosiddetta “psicologa del malessere”, in cui l’obiettivo è la risoluzione della sofferenza, a quella del “benessere”, finalizzata al conseguimento della salute della persona, laddove per “salute” intendiamo lo “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non solo la semplice assenza di malattia” (OMS).

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La consulenza psichiatrica

  • Per riconquistare il proprio benessere, in alcuni casi, la sola Psicoterapia non basta. Talvolta, infatti, per superare i propri problemi psicologici può essere necessario rivolgersi ad un medico professionista della salute mentale, che nel corso della sua formazione ha specificamente approfondito lo studio dei disturbi mentali e del ruolo che particolari farmaci rivestono nella loro cura.

    La Consulenza Psichiatrica ha dunque una duplice finalità:

    • l’accertamento del malessere e dei disturbi psicologici
    • la terapia del malessere e dei disturbi psicologici.

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Gli interventi neuropsicologici

  • Cos’è?

    La neuropsicologia clinica si occupa delle disfunzioni cognitive (che riguardano la memoria, il linguaggio, l’attenzione, la percezione…) e comportamentali conseguenti ad una patologia a carico del Sistema Nervoso Centrale (SNC), siano esse derivanti da danno innato o acquisito.

    Si avvale dell’utilizzo di specifici test psicometrici tarati e standardizzati su una popolazione di riferimento che evidenziano il profilo di funzionamento mentale dell’individuo, sia per quanto riguarda eventuali deficit sia per quanto concerne le capacità cognitive integre, con l’obiettivo di fornire una misura quantitativa delle differenti capacità cognitive e di verificare l’eventuale presenza di disturbi del comportamento associati al danno neurologico.

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  • Cos’è?

    La neuropsicologia dell’età evolutiva è una disciplina che si occupa dello sviluppo cognitivo e comportamentale del bambino. Essa ha come obiettivi:

    • formulare un’accurata diagnosi clinica, che permette di individuare le aree di maggiore abilità e competenza del bambino accanto a quelle maggiormente deficitarie
    • progettare un percorso di intervento individualizzato
    • valutare l’acquisizione delle tappe evolutive previste. Ciò, a differenza di quanto si pensi, è possibile fin dai primi mesi di vita attraverso l’uso di test diagnostici specifici.
    • favorire il potenziamento cognitivo del bambino.

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  • Che cos’è

    Il trauma cranico cerebrale, che può conseguire ad incidenti di vario tipo (stradali, lavorativi, sportivi domestici) anche quando è classificato come LIEVE e non ha comportato perdita di coscienza, può determinare cambiamenti nel funzionamento globale della persona o in specifiche aree:

    • Somatica: cefalea, algie, vertigini, capogiri, affaticabilità e disturbi del sonno
    • Cognitiva: sensazione di confusione, difficoltà di memoria,attenzione concentrazione, ragionamento e linguaggio
    • Comportamentale: agitazione, aggressività, apatia, passività demotivazione.
    • Emotiva: labilità emotiva, irritabilità.

    La persona in conseguenza del trauma può:

    • Non essere in grado di fare quello che faceva prima o non farlo con la stessa efficienza e velocità.
    • Andare incontro ad insuccessi scolastici e lavorativi
    • Sentirsi poco capita dai familiari e/o amici, peggiorando le proprie relazioni interpersonali
    • Sperimentare vissuti di inadeguatezza e isolamento e conseguente peggioramento delle condizioni di benessere psicologico.

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